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Thursday, August 31, 2017

Dalla foresta amazzonica duemila nuove specie animali e vegetali scoperte in sedici anni




Inia Araguaiaensis -- delfino rosa

Potamotrygon limai - razza con celle esagonali

 Zimmerius chicomendesi -- uccello il cui nome e' in onore di
Chico Mendes, ambientalista del Brasile 

Nystalus obamai -- uccello il cui nome e' in onore di Barack Obama

 Plecturocebus miltoni -- scimmia dalla coda arancione
primatologo e veterniario del Brasile


Hypocnemis rondoni -- uccello il cui nome e' in onore di  
Marechal Cândido Rondon, antropologo ed esploratore

 Tolmomyias sucunduri -- uccello scoperto nella regione
Sucunduri, in un area protetta


Nei due anni 2014 e 2015 sono state scoperte ben 381 specie nuove, animali o vegetali, sulla terra, tutte dalla foresta amazzonica.

381. Una specie nuova ogni due giorni!

Fra queste scoperte recenti, un delfino fluviale rosa, una scimmia con la coda arancione, una razza con la pelle a nido d'ape, un uccello tropicale chiamato in onore di Obama (Nystalus obamai).

E' un tasso straordinario di scoperta, che mostra quanto poco sappiamo del nostro pianeta, quanta ricca sia la nostra biodiversita' e quanto abbiamo ancora da imparare.

Tutto questo mentre la foresta Amazzonica viene distrutta dalla nostra avidita', senza che neanche ce ne rendiamo conto.

Il rapporto sulle nuove scoperte arriva dal Mamiraua' Institute for Sustainable Development ed elenca per la precisione 216 piante, 93 pesci, 32 anfibi, 20 mammiferi, 19 rettili ed un uccello.

Le annate 2014-2015 sono state straordinarie, ma non e' che negli anni precedenti non si scoprisse niente, anzi, lo stesso gruppo riporta che fra il 1999 e il 2013, il tasso di specie nuove scoperte e' stato di circa 110 animali o piante l'anno.



Cioe' se mettiamo tutto assieme, fra il 1999 e il 2015, in sedici anni sono state scoperte piu' di duemila specie animali e vegetali nuove.



Duemila!!

L'Amazzonia contiene circa un terzo delle foreste tropicali rimaste sul pianeta, nonostante rappresenti l'uno per cento della superficie terrestre.

Ci sono qui il 10% di tutte le piante (note!) sul pianeta.

Si stima che adesso conosciamo solo il 20% di tutte le piante sulla terra e che il restante 80% e' ancora ignoto.

Come mai tutte queste specie arrivano dall'Amazzonia? Perche' a causa della sua grandezza e' difficile penetrarla tutta, e a causa della sua ricchezza, anche addentrarsi in zone poco distanti dai centri e dai fiumi principali gia' porta ad enormi scoperte. E infatti, la maggior parte di quello che sappiamo si trova vicino alle zone piu' antropizzate e/o trafficate, come appunto strade e fiumi navigabili. Altre invece arrivano dalle poche zone ufficiali di studio dentro la foresta.

E quindi ogni volta che ci si addentra in posti remoti, si scoprono le meraviglie della natura. Dopotutto non e' un mistero che qui ci siano ancora comunita' di umani mai contattate dalla nostra civilta'.

Nel frattempo il tasso di estinzione causato dall'uomo e' di circa mille-diecimila volte in piu' rispetto al tasso naturale. Cioe' per colpa nostra, le specie scompaiono mille-diecimila volte piu' in fretta di quanto madre natura abbia inteso.

Ricardo Mello e' il coordinatore del programma del WWF per la "ri-scoperta" dell'Amazzonia in Brasile e dice che nonostante la scarsita' di risorse nuove specie continuano a venire alla luce con cosi tanta frequenza. Questo vuol dire che davvero i segreti e la ricchezza dell'Amazzonia sono straordinari.

Che fare di tutta questa nuova conoscenza?

Proteggerla, certo!

Non e' accettabile continuare a disboscare, disboscare, trivellare, abbattere, scavare senza neanche sapere cosa si sta uccidendo. La biodiversita' va protetta e studiata,  per amore della conoscenza, del creato ma anche perche' queste specie potrebbero darci nuove idee per cure di malattie o per alimentazione futura.
Il primo passo e' sempre la conoscenza, e la popolarizzazione in modo che possano essere presi passi adeguati per la conservazione. Credo sia imporante che noi tutti capiamo quanto vitale sia la foresta amazzonica, e quanto prezioso sia in realta' il nostro pianeta tutto, in modo da poterci scandalizzare ogni volta che sentiamo notizie traumatiche per lo sfruttamento scellerato della natura. E se distruggiamo l'Amazzonia, con tutta questa ricchezza e bellezza, figuriamoci con quanta non-chalance distruggiamo terre e foreste meno famose e meno spettacolari.  

Ecco, sono davvero numeri sbalorditivi. 

Duemila nuove specie scoperte in sedici anni.

Dalla sola foresta amazzonica.

Credo che abbiamo il dovere di proteggere cosi tanta bellezza e di dover essere grati del fatto che ne siamo consci.


Tuesday, August 29, 2017

Houston, l'uragano Harvey le raffinerie e la puzza


Due esplosioni presso un impianto petrolchimico in Texas a causa dell'uragano Harvey. Altri scoppi in previsione. Il CEO della ditta coinvolta, la Arkema, dice che non c'e' “nessun modo di prevenire" altre esplosioni e immissione di sostanze tossiche in atmosfera.

Cosa e' successo? Si producono qui composti chimici per uso in materiali plastici. Questi composti con le alte temperature possono decomporsi e prendere fuoco.

A causa dell'uragano e' andata via la corrente,  i sistemi refrigeranti sono saltati, i generatori di riserva non ce l'hanno fatta e ... voila', questi composti chimici sono stati lasciati al loro destino. E il loro destino e' di esplodere. 

L'impanto e' allagato e le due esplosioni sono state in uno dei nove stabilimenti associati alla Arkema. Gli altri otto esploderanno anche loro, si prevede, perche' non c'e' niente che possa fermare la chimica, e i frigoriferi non torneranno in funzione a tempi brevi.

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Le raffinerie chiuse e le emissioni fuori dal normale





Altre immagini di Houston














Air pollution is one of the unseen dangers of the storm
Elena Craft, Environmental Defense Fund

In questi giorni Houston ha veramente dei problemi, l'uragano Harvey ha allagato varie parti della citta', ed e' emergenza un po ovunque, specie per le persone piu' fragili. Le immagini delle persone della casa di riposo sottacqua sono state davvero tristi da guardare e la domanda e' sempre: possibile che non ci si poteva arrivare preparati?

Ci sono tanti commentari da fare, una citta' super cementificata, come lo sono molte delle nostre citta' moderne, dove l'acqua non sa dove defluire, il sindaco che non aveva mandato allarmi e ordini di evacuazioni, i cambiamenti climatici, Trump che elimina le protezioni contro le alluvioni imposte da Obama tre giorni prima dell'arrivo di Harvey. 

I danni sono stimati essere fra i 30 e i 100 milardi di dollari.

Ma in altre parti della citta' c'e' un altro problema a parte l'acqua.

E' la puzza.

Puzza di roba chimica che arriva dalle raffinerie della petrol-citta' d'America per eccellenza.

Puzza di petrolio.

Puzza di idrogeno solforato.

E con la puzza arrivano mal di testa, nausea, irritazioni al naso e alla gola, attacchi di asma, e mal di cuore.  Siamo nelle comunita' accanto alle raffinerie ad East Houston e nessuno puo' scappare perche' non c'e' posto dove scappare. L'acqua e' dappertutto e in alcune aree arriva a un metro e mezzo.  E quindi chi vive in queste zone e' costretto a respirare monnezza, oltre che ad avere l'acqua alla gola.

Anzi, ci sono ordini da parte della citta' di restare chiusi in casa!

Per capire la portata del'evento basti pensare che il 25% di tutto il petrolio USA viene da qui, come pure il 40% dei materiali chimici usati per l'agricoltura, come i fertilizzanti, il 44% dell'etilene e il 50% del combustibile aereo.

La Shell, la Exxon, Phillips 66, la Marathon, la Petrobras, Flint Hills, Valero, Citgo, hanno tutte chiuso.

E di solito quando si chiude, specie in condizioni di emergenza, si emettono sostanze tossiche in atmosfera in quantita' superiore alla norma, anche rispetto a quanto previsto dalle leggi.  E ci sono qui raffinerie a non finire, tutte chiuse per emergenza.

E chi vive li lo sa. La gente riporta di colonne nere di fumi tossici visibili dalle raffinerie. La puzza sa di gomma bruciata e di sostanze metalliche.

Anzi, il gruppo Environment Texas calcola che circa mezzo milioni di chilogrammi di sostanze tossiche siano state rilasciate in atmosfera. 

In realta' scienziati e ambientalisti avevano gia' da molto predetto il mix micidiale di uragani e petrolio.  Come da copione, la Exxon riporta danni ingenti alla sua raffneria di Baytown e che il tetto di una delle sue infrastrutture e' crollato.

Le emissioni, secondo i dirigenti, cesseranno Venerdi. Cioe' dopo quasi una settimana!

Interesante che una corte del Texas ha ordinato alla Exxon di pagare $20 milioni di multe per violazioni contro gli standard di emissioni, e per avere immesso circa 5 milioni di chilogrammi di inquinanti in atmosfera. 

Fra il 2005 e il 2013 la Exxon ha violato le leggi sulle emissioni in atmosfera ... per 16,386 volte.
Si, 16 mila volte!

Chi vive qui?

Come si puo' immaginare, non certo le persone ricche, quanto comunita' disavvantaggiate. E' sempre cosi. La poverta' economica spesso si trasforma anche in poverta' della qualita' della vita, in questo caso ambientale.

Morale della favola?

I petrolieri hanno causato i cambiamenti climatici. L'uragano Harvey potrebbe o non potrebbe essere stato a causa dei cambiamenti climatici, anche se e' noto che una delle conseguenze dei cambiamenti climatici e' l'intensificazione degli eventi "estremi". L'uragano colpisce il cuore dell'America petrolifera.

Chi paga il prezzo e' sempre il cittadino comune.












 

Sunday, August 27, 2017

L'Italia e Malta e la disputa infinita sulle trivelle fra Sicilia e Libia


In arancio la zona contesa fra Malta e Italia


 Le aree 1-7 secondo le definizoni del governo di Malta


 L'area marina C secondo le definizioni del governo d'Italia

Le aree 1,2,7,5 di Malta si sovrappongono a quelle dell'area marina C d'Italia


 
Medina Bank 1



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Gli interrogativi arrivano dalla stampa di Malta, e dalla stampa di Malta sono state anche smentite.
 
Il rappresentante italiano presso il parlamento europeo Mario Borghezio il giorno 31 Maggio 2017 aveva posto una interpellanza presso l'Europa sul presunto patto Malta-Italia con il quale Malta avrebbe ceduto i suoi diritti esplorativi nel Canale di Sicilia all'Italia, con in cambio l'Italia prendendosi una maggior quota di migranti nel Mediterraneo.

Borghezio dice che secondo indiscrezioni l'accordo sarebbe stato eseguito fra Matteo Renzi, allora primo ministro, e Joseph Muscat,  primo ministro di Malta, nel 2016. Muscat fra l'altro e' anche indagato negli scandali delle Panama Papers.

In realta' c'erano gia' state illazioni varie nel 2016 con speculazioni e commentari, specie dal mondo petrolifero.

Il giorno 17 Agosto 2017 la commissione europea risponde: non c'e' stato alcun accordo su migranti in cambio di petrolio fra Malta e Italia.

Questo episogdio pero' ci da l'opportunita' di rivisitare questo contenzioso fra le due nazioni, che lottano per bucare i gia' martoriati mari del Mediterraneo.

La disputa fra Italia e Malta sulle trivelle sicule va avanti da tanto tempo.

Gia' nel 2012 si eseguivano summit, meeting informali e convegni per decidere come spartirsi la petrol-monnezza. A quel tempo i prezzi erano ancora elevati, e davvero la speculazione sarebbe stata ottimale.

Il primo petrol-summit Italia-Malta si svolse a Roma alla fine di Ottobre 2013 con industriali, accademici e politici sul futuro delle riserve vicino alla Libia. Dietro questo summit, prima e anche dopo, dispute territoriali.


Ma non e' ben chiaro se queste riserve siano veramente di Malta o dell'Italia o della Libia.

Nel 2007 Malta firma un accordo petroliferon con la Heritage Oil, ditta minore con sede a Londra.
Avrebbero trivellato i lotti 2 e 7 attorno a Malta, in un'area detta Medina Bank 1, dove gia' la Texaco aveva cercato petrolio nel 1980 su autorizzazione del governo maltese, scatenando gia' allora l'ira della Libia. Medina Bank e' infatti non lontana dalle coste libiche.

Nel 2011 l'Italia si assegna lotti di trivelle marine in zone che Malta considera propri attorno a Pantelleria, Linosa e Lampedusa. 

Malta scrive una lettera di protesta ufficiale al governo italiano dell'epoca, e come ripicca, pubblica una offerta di concessioni petrolifere nei mari dello Ionio che l'Italia considerava propri.

Mostra interesse anche l'ora defunta Mediterranean Oil and Gas, titolare di Ombrina Mare.

L'Italia si lamenta che le azioni di Malta andavano contro lo spirito della convenzione del 1982 dell'ONU sui mari, in cui tutte le nazioni si impegnavano a soluzioni condivise nella spartizione di acque marine.

Nel 2012 l'Italia raddoppia, auto-assegnandosi lotti fra la Sicilia e la Libia, anche questi mari che Malta considera propri. Chi ha fatto tutto questo?

Il nostro beneamato Corrado Passera, a suo tempo ministro per lo sviluppo economico. Con un decreto ministeriale creo' la zona marina C, un area grande quanto i due terzi della Sicilia e che Malta appunto considera sua. Questa zona marina C come definita dall'Italia, copre l'area 2 e gran parte delle aree 1, 3 e 7 secondo le definizioni di Malta. 

L'impasse e' durata a lungo, e dopo summit, discussioni, il crollo della Libia, la fine di Gheddafi e sopratutto calo del prezzo del petrolio, alla fine del 2015 si e' deciso di sospendere le operazioni petrolifere nell'area in modo "preliminare". 

Quante cose che facciamo in nome del petrolio? Veramente era il caso di farci una questione internazionale con le trivelle attorno a ... Pantelleria e Lampedusa? 

Comunque, anche se e' una soluzione zoppicante, questa del divieto temporaneo, alla fine un merito l'hanno avuto tutti questi litigi: fra i tre litiganti, Italia, Libia e Malta, l'ambiente ne ha beneficiato, con le trivelle fermate, speriamo, ancora a lungo.








Saturday, August 26, 2017

Le bucce d'arancia che fanno ricrescere la foresta in Costa Rica


  Il terreno dove sono state gettate le bucce d'arance nel 1997 e' a destra.






Iniziava nel 1996 e sarebbe stato un programma controverso di biodegradazione.

L'Area de Conservación Guanacaste (ACG) e' un sito protetto dell'UNESCO nel nord-ovest del Costa Rica. Al suo interno c'e' foresta, ma alcune aree non sono in ottimo stato grazie al pascolo di bestiame eccessivo eseguito prima che diventasse area protetta.

All'inzio degli anni novanta, si decise di aprire una piantagione di arance al confine con l'area di conservazione. Le arance sarebbero state usate per fare spremute commerciali, da parte una ditta chiamata Del Oro.

Per un po' hanno vissuto da buoni confianti, la Del Oro e l'area di conservazione Guanacaste, ma ciascuno a casa sua.

Nel 1996 arrivano due ecologi americani, Daniel Janzen e Winnie Hallwachs moglie e marito dell'Universita' della Pennsylvania con una proposta quasi folle. Si occupavano della gestione di sistemi ecologici a rischio. Avevano lavorato a lungo con i responsabili di Guacanaste, specie per cercare di migliorare quei terreni aridi che c'erano dentro l'area protetta.

E cosi hanno avuto l'idea di proporre sia a quelli dei succhi di frutta che a quelli del sito UNESCO di prendere i rifiuti organici delle arance, e invece di mandarli all'immonzia normale di usarli in un progetto di riforestazione.

Semplicemente, le arance non utilizzabili e le bucce della Del Oro sarebbero state disseminate su terreni semi-morti dentro l'area protetta Guacanaste.

In 1997, Janzen and Hallwachs presented an attractive deal to Del Oro, an orange juice manufacturer that had just begun production along the northern border of Área de Conservación Guanacaste. If Del Oro would donate part of their forested land to the Área de Conservación Guanacaste, the company could deposit its orange peel waste for biodegradation, at no cost, on degraded land within the park.

Read more at: https://phys.org/news/2017-08-orange-green-revived-costa-rican.html#jCp
In 1997, Janzen and Hallwachs presented an attractive deal to Del Oro, an orange juice manufacturer that had just begun production along the northern border of Área de Conservación Guanacaste. If Del Oro would donate part of their forested land to the Área de Conservación Guanacaste, the company could deposit its orange peel waste for biodegradation, at no cost, on degraded land within the park.

Read more at: https://phys.org/news/2017-08-orange-green-revived-costa-rican.html#jCp
In 1997, Janzen and Hallwachs presented an attractive deal to Del Oro, an orange juice manufacturer that had just begun production along the northern border of Área de Conservación Guanacaste. If Del Oro would donate part of their forested land to the Área de Conservación Guanacaste, the company could deposit its orange peel waste for biodegradation, at no cost, on degraded land within the park.

Read more at: https://phys.org/news/2017-08-orange-green-revived-costa-rican.html#jCp
Tutti hanno detto si, e l'esperimento e' iniziato nel 1997 con 12mila tonnellate di rifiuti di arance. Erano tre ettari di terra aridi, con poche piante e con terreno poco fertile.

La speranza era che le arance, forse avrebbero portato a qualcosa di buono.

Passano pochi mesi e il terreno inizia davvero a rinvigorirsi, con erbe di vario genere. E cosi si decide di trasformare l'esperimento in qualcosa di sistematico.

Per venti anni la Del Oro avrebbe depositato bucce d'arance su Guacanaste sottoforma di mille camion l'anno.

Entra in scena Ticofruit, rivale di Del Oro che fa succhi di arancia anche lei. Non era contenta dell'accordo fra la Del Oro e Guacanaste, e del vantaggio che secondo loro la Del Oro aveva ricevuto, e quindi vanno in tribunale.

La Del Oro stava "inquinando" un parco nazionale, sebbene in realta' tutte le parti erano d'accordo e sebbene c'erano stati studi in precendenza e dimostrazioni dopo dell'efficacia del programma.

Ma la Ticofruit ebbe la meglio, e cosi il programma di deposito monnezza d'arancia venne terminato dopo solo un anno.

Nessun carico di arance sarebbe piu' arrivato dentro Guacanaste.

Ci si dimentico' dei primi camion del 1997 e tutto torno' a come era prima. Per quasi quindici anni quel terreno non interesso' a nessuno.

Nel 2013 entra in scena Timothy Treuer, studente di Princeton che cerca un argomento per fare la tesi. Parla con Daniel Janzen e Winnie Hallwachs e decide di studiare che ne era stato di quell'angolo di foresta con le bucce d'arance.

Arriva sul sito e... inizialmente non riesce neanche a trovarlo. L'insegna piantata nel 1996, alta due metri era totalmente coperta dalla foresta. Il terreno abbandonato e semi morente era diventato uber rigoglioso, piu' del lotto confinante, dove invece le bucce non erano mai arrivate.

Tornano nel 2014 per fare studi piu approfonditi e scoprono che tutto era meglio nel sito con le arance, con alte concentrazioni di macro e micro nutrienti e con tre volte in piu il numero di alberi, con maggiore vegetazione e piu' copertura arborea. Il terreno e' qui piu fertile, ci sono piu' alberi, la vegetazione e' piu' folta.

E' il frutto di qualche carico di arance morte gettate nel 1997.

E' la natura che fa il suo ciclo e che si prende cura di se stessa se solo la lasciamo guarirsi da sola.

E' una vittoria di tutti.

E' il miglior modo di reciclare.

Thursday, August 24, 2017

Vanuatu, Marshall, Samoa, Solomon, Yap: le nazioni dell'Oceano Pacifico a vietare bottiglie e buste di plastica















Non e' un mistero che siano le isole del Pacifico le piu' esposte ai danni dovuti ai cambiamenti climatici, all'erosione e all'innalzamento dei livelli del mare, nonche' all'inquinamento da plastica.

Si stima che il 97% dei pesci dell'area contiene un qualche tipo di pezzo di plastica in corpo.
Ed e' proprio da queste isole che arrivano forti segnali per cambiare la nostra societa' consumistica, petrolifera, da usa e getta.

E' notizia recente che le isole Vanuatu hanno deciso di vietare buste e bottiglie di plastica, in modo graduale ma sostenuto, come dice il primo ministro Charlot Salwai.

Sono sicura che ben pochi sanno dell'esistenza di questo arcipleago. Hanno acquisto l'indipendenza dalla Francia e dal Regno Unito il 30 Giugno 1980, nemmeno 40 anni fa. Hanno una popolazione di cica 280,000 persone e occupano 14 isole distinte.

Da oggi pero' spero che verranno ricordate anche perche' sono fra i primi paesi del mondo a compiere tale mossa, cioe' appunto a vietare sia buste che bottiglie di plastica.

La decisione e' stata presa dopo l'avvio della campagna 'No plastic bag, plis' lanciata a Maggio 2017 dal gruppo Alliance Française di Port Vila, la capitale delle isole Vanuatu. La petizione ha raggiunto circa 2600 firme.

Come faranno senza le buste di plastica? Le donne del gruppo Bulvanua Art and Handicrafts si sono offerte di realizzare cestini portatili a mano o sacchetti di stoffa.

Le isole Fiji hanno invece messo una sovratassa di dieci centesimi sulle buste di plastica per scoraggiarne l'uso.

Le isole Marianne propongono l'eliminazione completa delle buste di plastica con una legge ancora in via di approvazione definitiva, che ha superato la Camera e che e' ora approdata al Senato. Contiene la proposta di multare i negozianti che offrono buste di plastica con ammende che possono arrivare fino a 1,000 dollari. E' stata una decisione unanime della Camera e si pensa di poter arrivare alla conclusione senza grossi ostacoli.

Le isole Marshall sono un po piu avanti. Hanno vietato dal 1 Febbraio 2017 tutti i contenitori di polistirolo, bicchieri, buste e piatti di plastica.

Le isole dell'American Samoa invece hanno vietato i sacchetti di plastica dal 2010. 

Le isole Solomon hanno invece vietato le buste di plastica nel Maggio 2017 perche' rappresentavano una "epidemia"

L'isola di Yap della Micronesia ha vietato le buste di plastica nel 2014 con multe severe a chi le distribuisce.

Nei paesi in cui i divieti esitono da vari anni, la gente e' stata collaborativa: ci sono state campagne di informazione a tappeto spiegando alla gente che la plastica ammazzava il mare da cui dipedono, e come le donne delle isole Vanuatu, si sono ingegnati per trovare altre soluzioni.

La plastica usa e getta e' un grande problema perche' fotodegrada in pezzetti piccoli ma non biodegrada, il che vuol dire che la plastica resta, ma spezzettata dappertutto e spesso entra nei corpi dei pesci. Il tempo per la degradazione varia dai 500 ai 1000 anni. Cioe' praticamente l'eternita'.

Ogni passo e' utile, specie si pensa alla grande scala del problema: ogni anno produciamo 300 milioni di tonnellate di plastica di cui 9 milioni di tonnellate finiscono in mare.

A livello globale sono usate un trilione di buste di plastica ogni anno, 380 miliardi solo negli USA; 8 miliardi in Australia, Taiwan 20 miliardi. 

Ma se le isole del Pacifico hanno pesci con il 97% di plastica in corpo, non e' che negli altri mari si sta meglio. La media mondiale e' del 67%. Cioe' due pesci su tre.

Come sempre la risposta e' nella consapevolezza individuale e collettiva.

Non usiamo plastica usa e getta, piantiamo alberi, curiamo la collettivita'. Insegnamo queste cose ai nostri figli, agli immigrati, a chi non ci pensa. Ci guadagnamo tutti.