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Wednesday, April 19, 2017

Ombrina atto finale: le ferraglie eliminate entro la fine del 2017 per 2 milioni di dollari





"The decommissioning and removal of the tri-pod structure is 
anticipated to take place during H2 2017 and a 
fixed price contract for this work has been awarded."



Avevamo lasciato Ombrina ad Agosto 2016 circondata di navi per vari giorni, sotto il cielo blu e circondata da un mare ancora piu'. I residenti del litorale dei trabocchi vedevano finalmente il concretizzarsi di otto anni di lotta con la dismissione del pozzo piu' contestato d'Italia.

Quelle operazioni di otto mesi fa erano di "plug and abandonment", cioe' letteramente, "tappa ed abbandona". I lavori eseguiti dal jack up Atwood Beacon della Zenith Energy di Londra erano stati essenzialmente di cementificazione totale per evitare che gli idrocarburi del giacimento potessero in qualche modo essere rilasciati nell'ambiente circostante.  Tutto ando' secondo il protocollo stabilito, e la ditta affermo' che le operzazioni erano state di gran successo, nonostante l'alta concentrazione di gas pericolosi nel pozzi, primo fra tutti l'idrogeno solforato.  Le operazioni costarono 300mila euro.

In questi giorni arrivano altre notizie sul finale di Ombrina: il tripode che si erge (ancora!) dal mare sara' eliminato, secondo la Rockhopper Exploration entro la fine dell'anno, ad un costo che dovrebbe aggirarsi attorno ai 2 milioni di euro.  Il tripode e' visibile dalla riva, e fu installato nel 2008, all'inizio della vicenda. La Mediterranean Oil and Gas prima, e la Rockhopper Exploration dopo, non la smantellarono mai perche' pensavano che potesse essere utile durante le fasi future di Ombrina.

E' questo un buon momento per riflettere sul futuro delle lotte petrolifere in Abruzzo. In questi giorni e' sulle cronache la storia del Centro Oli di Viggiano, che sara' chiuso per tre mesi a causa di irregolarita' nelle emissioni e dopo venti anni di continui problemi, anomalie di funzionamento, e disperazione dei residenti. Il governo centrale continua a rilasciare concessioni trivellanti, dal Molise al Veneto. I petrolieri sono intenzionati a lavorare anche entro la fascia protettiva delle dodici miglia cosi tanto agognata per anni da noi tutti.

Tutto questo ci deve ricordare quanto importante e' stato attivarsi nella nostra regione, e soprattutto che queste sono queste battaglie per la vita. Non si deve mai abbassare la guardia. Grazie all'ostinazione della nostra gente, non abbiamo avuto ne Ombrina, ne Centro Oli, ne la raffineria della Forest Oil. Tante altre concessioni sono morte sul nascere.  Ortona e Bomba non sono diventate nuove Viggiano.  Ma non dobbiamo mai per un attimo pensare che sia finito qui. I petrolieri sono dietro l'angolo, aspettano il mercato, aspettano le condizioni politiche favorevoli, aspettano che noi dimentichiamo.  Sta a noi continuare ogni giorno a vigilare, ad essere interessati, a fare, nel piccolo e nel grande quello che possiamo per proteggere il nostro angolo di pianeta.

Ciao Ombrina!


Kentucky: una ditta di carbone a costruire un campo solare per dare lavoro agli ex-minatori











Il sole che spazza via il carbone, un po alla volta.

E questa volta e' in Kentucky, dove la Berkeley Energy Group, che estrae carbone da piu di 30 anni, ha deciso di usare un ex sito minerario abbandonato per costruirci un enorme campo solare. Lo scopo e' di portare lavoro e energia ai residenti.

Siamo in Appalachia, una fra le zone piu' povere degli USA (ma davvero) dove regnava suprema l'industria del carbone che e' in declino da decenni.  La Berkeley Energy Group ha un partner rinnovabile, la EDF Renewable Energy, ed insieme stanno mettendo a punto il loro progetto solare.

Il sito che hanno scelto era in realta' una miniera a cielo aperto, creata con la tecninca oscena del "mountain-top removal". E cioe' sparo via una cima di montagna e dalla roccia che si frantuma tiro fuori il carbone, senza dover entrare nelle miniere dalla pancia della terra.  Queste tecniche sono oscene perche' essenzialmente appiattiscono le cime dei monti e le trasformano in una pianuretta innaturale, solcata da strade industriali e di morte.

Quindi anche se quello che stanno facendo adesso e' forse qualcosa di utile, certo il presupposto e' sbagliato. A suo tempo hanno distrutto una montagna per tirare fuori carbone. E questo e' irreversibile. Alla fine tutto quello che si puo' fare dopo, solare o no, e' di mettere le toppe. E questa e' una toppa solare. Meglio una toppa di niente, ma meglio ancora sarebbe stato non distruggere quelle montagne a suo tempo. Si, lo so erano tanti tanti anni fa e non si sapeva di meglio. 

Ad ogni modo e' interessante che a vincere sia stato il sole. E infatti qui, nel migliore dei casi, il nuovo campo solare sara' dieci volte piu grande del campo solare gia' esistente in Kentucky e portera' alla generazione di circa 100 MW.

Quelli della Berkeley Energy Group dicono che non vogliono eliminare la produzione di carbone, ma solo riutilizzare un sito minerario dismesso, e trarne opportunita' di lavoro. Come dire: abbiamo sfruttato e distrutto quello che potevamo, ed ora... voila' facciamo qualcos'altro.  

In realta' il carbone e' qui in declino da tempo, e non regge alla competizione ne' del sole, ne del vento e nemmeno del gas naturale. E poi, c'e' la meccanizzazione del lavoro, e preoccupazioni ambientali che hanno portato al calo dell'occupazione carbonifera. Per fare un esempio, nel 2008 in Appalachia si estraevano 23 milioni di tonnellate di carbone Ora siamo a solo cinque milioni. Il numero di lavoratori e' passato da 14mila a 4mila in meno di dieci anni.
 
Sic transit gloria fossile.

E la cosa interessante e' che anche la materia prima e' in calo qui. Quelli della Berkeley Energy Group dicono che nel sito esatto in cui vogliono fare il campo solare, il carbone non c'e' piu'.

Il sole invece non finisce mai!

Dei dati sul lavoro green abbiamo gia' parlato, ma qui nel Kentucky, i dati diventano vivi e tangibili.

Questa transizione e' una manifestazione reale del fatto che ormai negli USA il lavoro green batte quello black per 5 a 2.  Un altra prova sta nel fatto che c'e' tanto interesse, da parte dei residenti, da parte dei lavoratori e che diverse ditte guardano all'esempio della Berkeley Energy group per fare lo stesso.

Neli USA i principali stati produttori di energia eolica sono il Texas, l'Iowa, l'Oklahoma, la California e il Kansas.  Per il sole invece vince la Calfiornia con a seguire North Carolina, Arizona, e Nevada.   Come dire, non e' piu una questione di repubblicani o di democratici, quanto una scelta intelligente di soldi, praticita', business e di futuro.
 

Monday, April 17, 2017

Il sole del Sud Africa, dal deserto ai tetti






Un altra puntata del progresso delle innovabili si svolge nel deserto del Sud Africa, chiamato Kalahari. 

Qui, una ditta svedese, la Ripasso, ha installato degli specchi che ruotano con il sole.

Gli specchi funzionano da "lente": focalizzano i raggi del sole su un area concentrata e le radiazioni
vanno poi ad alimentare uno Stirling Engine che converte il calore in energia meccanica, usando la compressione ciclica di aria o altri gas. 

Il CEO della Ripasso, Gunnar Larsson ha lavorato per la Kokums, ditta bellica svedese per venti anni ed e' stato li che ha perfezionato lo Stirling Engine: era usato per alimentare i sottomarini militari.

Sebbene l'idea dello Stirling engine risalisse al 1816, i materiali giusti sono stati sviluppati solo nel 1988. A un certo punto Larsson ha pensato che quello che aveva fra le mani poteva essere adattato per l'industria delle rinnovabili. Detto, fatto. Si e' licenziato nel 2008 ed ha aperto la Ripasso.

E' una tecnica ancora sperimentale per adesso, ma il sistema e' interessante perche' permette di operare ad una efficenza del 34%, contro invece il 20% circa dei pannelli fotovoltaici.  Larsson dice di essere soddisfatto: e' riuscito a tirare su capitale per i suoi progetti,  tutti i suoi operai sono del posto,  e i suoi figli gli dicono di essere orgogliosi che invece che distruggere il mondo ora lavora per salvarlo.

Lo Stirling engine fu originariamente ideato nel 1816 come una alternativa al motore a vapore. Funziona a compressione ciclica di gas o di altri fluidi a varia temperatura, in maniera tale che alla fine il calore stesso viene trasformato in lavoro meccanico. Il ciclo e' chiuso di modo che il fluido e' contenuto nel sistema. Per quasi un secolo non trovo' grandi applicazioni, ma e' molto piu' efficente rispetto ai sistemi a vapore tradizionali, e' silenzioso e puo' utilizzare qualsiasi fonte di energia. La differenza fra lo Stirling engine e i motori tradizionali che usano l'Otto cycle (quello presente nelle macchine a benzina_ o il Diesel cycle e' che qui la combustione accade esternamente al motore.

Questo progetto fa parte di una serie di iniziative prese dal governo del Sud Africa dal 2008 per elettrizzare la nazione.

Come tanti altri paesi d'Africa qui c'era copertura insufficente dalla rete elettrica, e la corrente dove c'era andava via spesso.  Il tutto e' stato anche inasprito dai decenni della segregazione razziale quando ben pochi investimenti furono fatti in quartieri non bianchi.

E cosi' hanno iniziato ad investire nel sole e nel vento, come fonte energetica. Sono ancora dipendenti in parte dal petrolio e dalle fossili per l'elettricita' ma nel 2012 sono stati il paese con il maggior investimento in rinnovabili nel mondo, grazie alle sue risorse e alla sua posizione geografica.  Se invece si guarda alla percentuale di investimenti rispetto al PIL della nazione, e non in numeri assoluti, il Sud Africa e' stato quarto, dopo Uruguay, isole Mauritius e Costa Rica.

Non male no?

L'obiettivo e' di arrivare a 20 GW nel 2030.

E cosi sorgono nel paese una miriade di impianti solari, sole sui tetti, e voglia di progresso. E le rinnovabili non sono solo per le zone meno ricche del paese: spesso le si usano anche per zone di turismo remote, come safari o immersi nelle foreste.

Google ha investimenti qui, fra cui nel Jasper Solar Energy Project che fornisce elettricita' a 80mila persone e cosi pure Tesla che ha iniziato a vendere la batteria Powerwall.  E' di notizia recente che anche il governo di Francia ha investito 477 milioni di dollari per aiutare ad espandere la rete elettrica da fotovoltaico in Sud Africa. La ditta che la gestisce si chiama Eskom e i fondi francesi saranno usati in un arco di tre anni.
 
Il Sud Africa ha quello che viene considerato il principale programma solare del continente: il cosidetto Renewable Energy Independent Power Producer Procurement Program (REI4P), che le altre nazioni d'Africa cercano di emulare.  Non e' immune da critiche - ad esempio sono accusati di privilegiare i grandi impianti, spesso stranieri, a discapito del sole sui tetti, o di non avere usato a sufficenza manodopera locale, creando know-how e piccola imprenditoria fra i residenti.

In generale pero' REI4P e' considerato un successo ed un "best kept secret" grazie ai bassi costi dell'energia e, nel suo complesso, per avere portato, con tutti i suoi problemi, un po piu di elettricita' nelle case dei sudafricani. 




Saturday, April 15, 2017

Centro Oli ENi di Viggiano. 2017: chiuso per inquinamento; 1998: petrolio bene comune da spalmarsi su tutta la Basilicata




Il centro Eni di Viggiano (Potenza)





Oggi 15 Aprile 2017 il Centro Oli di Viggiano e' stato chiuso per la presenza di vari inquinanti, fra cui manganese, ferro e idrocarburi policiclici aromatici, secondo il Corriere della Sera presenti in quantità «molto cospicua» e arrivando fino al fiume Agri. Tutto questo e' stato -- finalmente -- deciso dal presidente della regione  Marcello Pittella.

Perche'? Perche' finalmente dopo venti anni di incertezze e di si-no-ma-ni, anche l'ARPAB di Basilicata, l'ente per la protezione ambientale della regione che in venti anni di petrolio ha protetto poco e niente, finalmente si e' dovuta arrendere all'evidenza.

C'e' l'inquinamento. E siccome l'ENI ha fatto finta di non sentirci, e' scattato il provvedimento per la chiusura.
Tutto questo e'  l'epilogo inevetabile di QUALSIASI opera petrolifera.

Che siano centro oli, che siano pozzi, che siano oleodotti, che siano raffinerie.

Prima o poi qualcosa succede, ci vorranno dieci, venti anni; ci saranno le autorita' a fare finta di niente, i petrolieri cercheranno di coprire e di far passare il tuttapposto, ma alla fine, alla fine, la verita' e le leggi della fisica e della chimica vincono. E vincono sempre.

Non e' mai successo, da nessuna parte, in tutto mondo che il petrolio abbia portato a cose positive per chi ci vive vicino. 

Mai, mai, mai.
Non ci sono royalties che tengano.
In questo caso, se dopo anni di tuttapposto da parte di Marcello Pittella e del gothe petrol-politico di Lucani, si e' arrivati a fermare la produzione, vuol dire che davvero c'era qualcosa di molto grave a Viggiano. 

E tutto questo dovrebbe essere di monito a chiunque si trovi in Italia a vivere vicino a localita' prese di mira dai petrolieri: da Vercelli a Ravenna, dal Delta del Po a Rotello, da Carpi a Monopoli. Il tempo di ribellarsi e' adesso, prima che arrivano, non dopo. Dopo non si puo' che restare a guardare, spesso impotenti, a respirare monnezza, a vivere una democrazia falsa e marcia, finche' dopo venti anni, qualcuno non si sveglia e decide di fare qualcosa, magari perche' non ha alternative.

Ma quanta gente si e' ammalata in venti anni?

Ma quanta gente e' morta in venti anni?

Non lo sapremo mai.

Voglio concludere ricordando quando l'ex sindaco di Viggiano, Vittorio Prinzi, diceva che il petrolio era un bene da spalmarsi su tutta la regione.

Finche avremo gente cosi in Italia a governare non andremo avanti.

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Cristo si e' fermato a Viggiano.

Vittorio Prinzi, Sindaco del comune di Viggiano, X Commissione (Attività Produttive) della Camera dei Deputati, 9 Luglio 1998:

"Ringrazio il presidente Nesi, la Commissione e i parlamentari lucani per aver voluto l'audizione odierna e per tutto quello che hanno fatto, stanno facendo e faranno per la soluzione della questione petrolio. Viggiano ha 3.200 abitanti, è situato a 1.000 metri di altitudine e si può ritenere attualmente il cuore petrolifero della Val d'Agri; il suo territorio fin dai primi anni ottanta è stato interessato dalle attività di ricerca e di esplorazione che hanno portato alla scoperta dell'enorme giacimento di idrocarburi, di cui via via si sono rivelati l'entità e il valore energetico.

Nel territorio di Viggiano, specificatamente nell'area industriale esistente fin dal 1970, è ubicato il centro olio - in esercizio dal 12 aprile 1996 - in cui viene eseguito il primo trattamento del petrolio, ossia la separazione dell'olio dal gas, dallo zolfo e dall'acqua; dal centro partono quotidianamente un centinaio di autobotti alla volta della raffineria di Taranto.

Nel nostro territorio si trova il maggior numero di pozzi finora perforati, lì su 18, di cui quattro collegati al centro olio, tutti in produzione ed uno in prova, per l'estrazione giornaliera di circa 8 mila barili. A Viggiano nel 1992 è stato costruito il primo consorzio di autotrasportatori, oggi composto di circa 50 unità, che gestisce per conto dell'AGIP petroli poco più del 50 per cento del trasporto del petrolio. Su indicazione dell'ENI-AGIP sono stati costruiti anche parecchi consorzi di imprese, in joint-venture con società che in precedenza avevano rapporti di produzione con l'AGIP. Per queste ragioni Viggiano si è trovato per primo a fare i conti con l'attività di ricerca e coltivazione del petrolio attraverso tre fasi.

Il presidente Nesi è interessato a sapere quale atteggiamento ha assunto la popolazione: ebbene, nella fase iniziale si è registrata una totale inconsapevolezza del fenomeno estrattivo, legata principalmente alla mancanza di informazioni da parte delle società petrolifere, alla difficoltà di interloquire con esse e di controllare il loro operato sul territorio, tanto che le popolazioni e i sindaci le hanno accusate di arroganza e di neocolonializzazione; la seconda fase è stata caratterizzata dalla preoccupazione per gli effetti dannosi prodotti dall'attività di ricerca petrolifera sui beni ambientali e sul tessuto produttivo, in verità molto tenue, che faticosamente i piani di sviluppo regionali e gli interventi statali erano riusciti a creare nel settore agricolo e turistico (sul settore industriale mi soffermerò in seguito): di qui il timore che il petrolio arrecasse molti danni e pochi benefici misurati con i pochi posti di lavoro, per giunta temporanei, che l'attività estrattiva creava e avrebbe creato nel futuro. E' stata questa la fase più convulsa, quella del «petrolio sì, petrolio no », resa ancora più difficile dal sovrapporsi della discussione sulla istituzione del parco del Lagonegrese e della Vai d'Agri, in una parola dal dilemma parco-petrolio. Nella fase di aspro confronto tra ambientalisti e petrolieri e di forti tensioni tra i rappresentanti delle istituzioni locali e tra questi e le società petrolifere è maturata la scelta dell'intesa, nel senso di consentire lo sfruttamento del petrolio a condizione che si avessero ricadute in termini di sviluppo e di occupazione. Accettando il petrolio come risorsa ed opportunità irripetibili, si è dato avvio alla terza fase, quella della trattativa tra la regione e l'ENI, con il raggiungimento dell'intesa che recepisce le attese delle popolazioni e degli amministratori locali.

Aspetti centrali dell'intesa riguardano la salvaguardia e la valorizzazione dell'ambiente, la possibile convivenza parco-petrolio nonché la questione lavoro. In proposito siamo consapevoli che l'attività estrattiva crea pochissimi posti di lavoro sia direttamente, sia nell'indotto; per questo alla tesi dello sviluppo spontaneo sostenuta dall'ENI, con l'accordo regione-ENI si è contrapposta quella dello sviluppo promosso, aiutato, con il coinvolgimento diretto dell'ENI che partecipa - così come previsto nell'intesa - sia alla società per la promozione dello sviluppo, sia alla società energetica regionale attraverso risorse ed incentivi.

Vogliamo affrontare due sfide, quella della compatibilità dell'ambiente con il petrolio, rispetto alla quale è necessaria la perimetrazione del parco a livello di Ministero dell'ambiente - al quale è stata trasmessa la proposta della regione Basilicata - , nonché la sfida dell'occupazione e del superamento del ritardo nello sviluppo. Per superare quest'ultima sfida occorrerà far ricorso a tutte le risorse di cui il territorio regionale dispone; da parte del Governo invece è necessario un intervento ed un impegno a ristoro del notevole contributo che in campo energetico la Val d'Agri dà all'intero paese. Il Governo, attraverso i ministeri competenti, deve attivarsi per superare il deficit infrastrutturale e l'isolamento di quest'area della Basilicata. Il sindaco di Corleto Perticara ha accennato alla Saurina, io aggiungo il completamento della Tito-Brienza oltre che la trasformazione dell'aviosuperficie di Grumento in aeroporto, anche di terzo andrebbero finanziate attraverso le royalties e in base ad livello. Il Governo deve altresì intervenire con una serie un piano di priorità.

Lo stesso discorso dovrebbe valere di incentivi mirati per rendere appetibili le nostre aree industriali. Per quanto riguarda l'area di Viggiano non cominciamo da zero, signor presidente, nonostante il passato sia gravato da esperienze in gran parte fallimentari: a due tentativi di industrializzazione - il primo agli inizi degli anni settanta, il secondo legato all'articolo 32 della legge n. 219 dopo il terremoto del 1980 - sono seguiti fallimenti aziendali e la cassa integrazione per oltre 200 lavoratori, una cifra enorme per la nostra piccola realtà. Una delle cause della situazione va ricercata nella carenza di condizioni di vivibilità aziendale (trasporti, mancanza di servizi, costi sopportati per supplire a tale carenza, accesso al credito e via dicendo) per cui farebbe bene il Governo, nell'ambito dell'intesa con la regione , a consentire l'estensione del contratto d'area alle aree consortili limitrofe a quelle individuate dalla legge n. 219 oltre che alle aree industriali ricadenti nel territorio interessato dall'attività estrattiva. Non solo l'area di Viggiano, ma anche quelle del Senisese, di Isca Pantanelle e del Lagonegrese andrebbero finanziate attraverso le royalties e in base a un piano di priorità.

Lo stesso discorso dovrebbe valere per il patto territoriale della Val d'Agri, che potrebbe contribuire a quello sviluppo dal basso di cui tanto si parla, coinvolgendo tutti i soggetti, pubblici e privati, che grazie al petrolio, valutano interessante la Val d'Agri per i propri investimenti. Voglio sottolineare che le popolazioni di questa valle contano molto sulla sensibilità del Paese, del Parlamento e del Governo e vorrebbero sfruttare appieno la risorsa petrolio per uscire dalla condizione di emarginazione di cui soffrono. Per quanto riguarda la riflessione dell'Onorevole Pagliuca, noi amministratori siamo tutti d'accordo nel ritenere la risorsa petrolio un bene dell'intera regione Basilicata, da spalmarsi sull'intero territorio, cominciando prioritariamente dalle aree che posseggono tale risorsa

Friday, April 14, 2017

I camion elettrici Tesla e Mercedes presto sulle nostre strade





Ecco il nuovo annuncio di Mr. Musk: a Settembre sara' pronto un camion elettrico targato Tesla.
Non sono ancora noti tutti i dettagli se non che il camion in questione avra' varie tecnologie gia' disponibili sulle vetture Tesla.

Gia in passato Musk aveva incluso la produzione di camion come parte del suo “master plan” a Luglio 2016, ricordando che una transizione completa verso il trasporto elettrico non puo' che compredere anche il trasporto merci e gli autobus. A suo tempo disse che il suo camion "Tesla Semi" ridurra' i costi di trasporto, e aumentera' la sicurezza con alcune caratteristiche di guida automatica e con sensori "state of the art".

La Tesla non e' sola: Uber Technologies con la sua divisione "Otto" sta sviluppando anche lei trasporto merci con camion automatici. 

E poi c'e' Daimler Trucks, sotto il gruppo Mercedes che ha tirato fuori il suo camion elettrico a Novembre 2016 a Stoccarda, la sede della Mercedes e che ora in fase di prova.

Si chiama Mercedes-Benz Urban eTruck.

200 chilometri su una singola carica, ventisei tonnellate di carico, in sperimentazione sulle strade tedesche con gia circa 20 gruppi interessati all'acquisto. Ogni camion ha tre gruppi di batterie al litio, in modo da poter anche superare l'autonomia di 200 chilometri a carica.

Accanto agli specchietti laterali ci sono telecamere, si puo' scegliere in che modo di guida andare avanti: auto, eco e agile.  Auto e' il trasporto basico, agile e' per avere piu' potenza, eco e' fatto in modo che si raggiunga l'obiettivo con la minor quantita' di energia.

C'e' anche un sistema elettronico che calcola il peso, la batteria, la distanza per l'arrivo per far si che ci sia piena autonomia fino all'arrivo a destinazione. E se l'autista va piu' veloce di quel che la carica consente, il sistema automaticamente si risetta per indicare la velocita' giusta.

Si prevede la commercializzazione di massa entro il 2020. 

Questo passaggio all'elettrico e' di importanza stragetica ed economica per tutte le case automobilistiche, non solo Tesla che produce veicoli elettrici ma anche per Mercedes e tutti gli altri produttori di veicoli pesanti. Alcune citta', come Parigi o Londra, gia' parlano di vietare veicoli con il motore a combustione nei loro centri cittadini nei prossimi anni a causa di inquinamento e di rumore.

E quindi ci si prepare al mercato del camion o camioncino elettrico per riempire questa necessita'che prima o poi emergera' nel futuro.

Se non ci si puo' andare con il camion normale, dovremmo trovare altri metodi, e cosi, zitti zitti, la Mercedes si e' portata avanti. 

Tuesday, April 11, 2017

Auckland, la citta' piu' grande della Nuova Zelanda diveste tutti i fondi pubblici da oil, gas e carbone








This has been a massive win for climate justice and environmental health. 
Fossil fuel divestment is essential to creating a livable, sustainable future.

 

Auckland. Un milione e mezzo di persone, la citta' piu' popolosa della Nuova Zelanda.

Il consiglio cittadino ha appena votato una risoluzione cittadina secondo la quale la citta' stessa ritirera' tutti i propri investimenti nell'industria fossile: petrolio, gas e carbone.

La decisione viene dal Finance and Performance Committee della citta'. Si tratta di 15 milioni di dollari. Pochi, tanti? Sono il 100% degli investimenti della citta' in quel tipo di industria.

Dietro questa decisione c'e' un grande lavoro di sensibilizzazione e di insistenza da parte degli attivisti, che hanno lavorato su questo tema per anni: divestire dalle fonti fossili.  E cosi, pian piano l'opinione pubblica ha messo pressione sui politici chiedendo loro di essere coerenti. Se parlano, come parlano, di fermare i cambiamenti climatici, e allora occorre non investire in oil and gas.

Un altro punto importante e' stata la vicinanza alle varie isole del Pacifico che sprofondano: il loro e' anche un segno di solidarieta' verso i residenti di Marshall Islands, Kiribati Islands e vari altri arcipelaghi che scompaiono per colpa dei cambiamenti climatici, dell'uso smisurato di petrolio e fonti fossili, e di noi, esseri umani.

Altre citta' che hanno deciso di divestire dalle fonti fossili?

Fra le piu grandi, Parigi, San Francisco, Melbourne, Seattle, Berlino, Copenhagen, Stoccolma, Sydney.

In totale sono piu di 700 enti e associazioni che hanno tolto 5.5 trillioni di dollari ai signori del petrolio, gas e carbone.

Dall'Italia?

Nessuna citta', nessun ente, eccetto che le suore salesiane di Don Bosco con sede a Milano a Napoli,
e la Federazione Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario (FOCSIV) con sede a Roma
hanno deciso di rinunciare ai propri investimenti fossili. 

Onore a loro.

E ... il Vaticano che tanto ha predicato? 

E tutte le altre citta' d'Italia?

Milano? Roma? Trento? Padova? Torino? Lecce?

Nessuna.

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Ecco qui tutte le citta' del mondo che hanno deciso di divestire dalla fonti fossili, in modo totale o parziale. Non ce nemmeno una citta' italiana.

Nemmeno il Vaticano.


 
Cambridge City Council, UK

City of Albury, Australia

City of Amherst, Massachusetts USA

City of Ann Arbor, Michigan USA

City of Armadale, Australia

City of Ashland, Oregon, USA

City of Ballarat, Australia

City of Bayfield, Wisconsin USA

City of Belfast, Maine USA

City of Berkeley, California, USA

City of Berlin, Germania

City of Borås, Svezia

City of Boulder, Colorado USA

City of Boxtel, Olanda

City of Brisbane, California USA

City of Bristol, UK

City of Cambridge, Massachusetts

City of Christchurch, Nuova Zelanda

City of Concord, Massachusetts USA

City of Copenhagen, Danimarca

City of Corvallis, Oregon USA

City of Dunedin, Nuova Zelanda

City of Eugene, Oregon USA

City of Framingham, Massachusetts USA

City of Fremantle, Australia

City of Frouzins, Francia

City of Great Barrington, Massachusetts USA

City of Hellemes, Francia

City of Ithaca, New York USA

City of Leichhardt, Australia

City of Lille, Francia

City of Lismore, Australia

City of Madison, Wisconsin USA

City of Malmö, Svezia

City of Marrickville, Australia

City of Melbourne Australia

City of Melville Australia

City of Minneapolis, Minnesota USA

City of Moreland, Australia

City of Münster, Germania

City of New London, Connecticut USA

City of Newcastle, Australia

City of Northamption, Massachusetts USA

City of Oakland, California USA

City of Oxford, UK

City of Palo Alto, California USA

City of Paris, Francia

City of Portland, Oregon USA

City of Providence, Rhode Island USA

City of Provincetown, Massachusetts USA

City of Ravoire, Francia

City of Richmond,California USA

City of San Francisco, California USA

City of San Luis Obispo,California USA

City of Santa Fe,New Mexico USA

City of Santa Monica, California USA

City of Seattle,Washington USA

City of Stirling, Australia

City of Stockholm, Svezia

City of Strömstad, Svezia

City of Stuttgart, Germania

City of Sudbury, Massachusetts USA

City of Swan, Australia

City of Sydney, Australia

City of Truro, Massachusetts USA

City of Uppsala, Svezia 

City of Venissieux, Francia

City of Vincent, Australia

City of Wodonga, Australia 

City of la Rochelle, Francia

City of Örebro, Svezia

City of Savenay, Francia

Columbia University in the City of New York USA

Episcopal City Mission, Boston, Massachusetts USA

First Unitarian Church of Salt Lake City, Utah USA

First district of the city of Lyon, Francia

Kansas City, Missouri USA

Le Mans City, Francia

New York City Employees Retirement System

Odense, Danimarca

Randwick City Council, Australia

Stevns City Council, Danimarca

Teachers Retirement System of the City of New York, USA

Town of Fredericia, Danimarca

Tubmanburg City Coorperation, Liberia

Union Theological Seminary, New York USA

Saturday, April 8, 2017

Un milione di profughi del clima, dall'Alaska al Pacifico









Succede in Louisiana, Brasile, New York, Australia, Thailandia, Filippine, Alaska. Succede un po dappertutto per le comunita' di mare.

Gente che vive sulle coste e che deve abbandondare le proprie case per colpa di erosione, innalzamento dei livelli del mare, tempeste violente, perdita di terreno.

Secondo un recente articolo pubblicato su Nature Climate Change sono circa 1 milione le persone che hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni.  Per la precisone 1 milione e 300mila. E mentre fino a pochi anni fa si cercava di proteggere quello che c'era, adesso l'atteggiamento prevalente e' di andare via.

Cosa fare infatti con l'arrivo di mareggiate senza precedenti, allagamenti e continuo innalzarsi del mare? Si possono innalzare le strade e le case, cercare di proteggere le lagune, migliorare i codici con cui si costruisce.

Ma si puo' anche decidere di lasciare perdere, visto che i costi sono elevati, ed e' certo che il clima e l'ambiente non torneranno quelli di prima.

Ed e' questo il dilemma delle comunita' costiere.

Storicamente, migrazioni di massa collegate alle condizioni climatiche sono molto ben documentate, e quello che viviamo adesso -- appunto il milione e trecentomila anime che hanno dovuto lasciare le proprie case -- e' la manfestazione dei nostri tempi del problema.
Durante il secolo 1900-2000 i livelli del mare si sono innalzati di ben 12 centimetri. Le previsioni sono di varie decine di centimetri in questo secolo. Secondo alcuni studi circa 470 milioni di persone perderanno la casa.
 
Alcuni ricorderanno l'uragano Sandy che colpi' le coste del New Jersey nel 2012 -- molte delle case sono state rasate al suolo e mai piu ricostruite.

Dopo il tifone Haiyan del 2013 Le Filippine hanno messo il divieto di costruire a 50 metri dalla costa e hanno forzato l'evacuazione di 80,000 persone.  Dopo lo tsunami del 2004, almeno 22,000 case sono state perse e non piu' ricostruite in zone costiere.

A volte la gente via via in modo preventivo, e cioe' prima che ci siano i disastri: le citta' evacuate perche' i cambiamenti climatici stanno piano piano portando via coste e case e non si vuole aspettare "il grande evento".

In Louisiana accade lo stesso: qui l'erosione dovuta alle estrazioni di petrolio e di gas ha fatto perdere case, terreni e coste.

Il caso piu' eclatante e' quello di Shishmaref in Alaska, citta' costruita sul ghiaccio e che e' destinata a morire.
 
Siamo a 160 miglia dalla Russia -- il ghiaccio scompare. Nevica sempre di meno, e sempre piu' tardi e il ghiaccio si scioglie prima o neanche si forma. L'erosione monta.  L"assenza di ghiaccio fa si che durante le tempeste pezzi interi di costa vengono triturati e finiscono in mare, senza protezione.
Una delle case e' gia' crollata in mare nel 2006. Norman era un ragazzino che nel 2007 cadde risucchiato dal ghiaccio di Shishmaref che si scioglieva e mori'.

Ogni secondo pompiamo in atmosfera 1200 metri cubi di CO2. 
Il pianeta si e' surriscaldato, in media di un grado centigrado dalla rivoluzione industriale ad oggi, una enormita'. L'Artico ha avuto livelli di aumento di temperatura doppi che il resto del pianeta.

In Alanska ci sono almeno 31 villaggi a rischio di scomparire, come Shishmaref. 12 di questi villaggi stanno cercando di capire dove e come evacuare, perche' sanno che non c'e' speranza.

Siamo noi a causare tutto cio', bruciando fonti fossili a ritmi allarmanti. Se l'obiettivo e' di contenere l'aumento della temperatura a due gradi centigradi, una sola cosa si deve fare: non pompare mai piu petrolio.

Dall'altra parte del mondo, le isole Kiribati, le isole Marshall, le isole Fiji. Lontanissme dall'Alaska ma tutte che rischiano di scomparire.  Isle di Jean Charles in Louisiana che pure sprofonda a causa dei cambiamenti climatici.

A Miami Beach, Florida, hanno dovuto installare pompe speciali per evitare allagamenti, collegati all'erosione. 

Non tutte le comunita' hanno i soldi per programmare la evacuazione e la risistemazione delle persone. E' costoso, la gente e' vulnerabile, e' una strada a senso unico.

A Shishmaref sanno che non hanno sclta, e cosi la citta' ha deciso di evacure prima che il mare porti via tutto.  Ma non hanno i soldi. E dove evacueranno? Non si sa, forse verso l'interno. Ma questo significa perdita di identita': la maggior parte delle persone qui vive di pesca e di caccia e di tradizioni Inupiat collegate al mare.

Saranno lo stesso popolo?

Perche' devono evacuare loro, se il loro stile di vita, di indigeni, e' molto meno impattante di quello di centinaia di milioni di persone che sprecano, bruciano, e generano molto piu' inquinamento e emettono molta piu CO2 di loro?